Shoah, al di là del visibile
L’audiovisivo da immagine documentaria a testimonianza storica

Proiezioni e percorsi teorici sul tema
Pesaro, 15 - 30 aprile 2005


Presentazione

La manifestazione, articolata in incontri, proiezioni e tavole rotonde, vuole mostrare materiali audiovisivi per lo più inediti o di difficile reperimento, e dare la possibilità di conoscere gli approcci teorici di studiosi e professionisti convenuti per l’occasione. S'intende così portare un contributo alla difficile e comunque non più evitabile questione di “come documentare la realtà” nelle attuali condizioni di comunicazione mass-mediatica ad elevato tasso di innovazione tecnologica.
Il problema, oggi, non è soltanto la possibilità di invenzione e ri-descrizione digitale dell’esistente e cioè, come sostengono in molti ormai, la fatale perdita della portata ontologica che i linguaggi a matrice fotografica si sono sempre assegnata sin dalle loro origini. Una questione che non è soltanto e soprattutto l’utilizzo di tali linguaggi ai fini, certo sempre più morbosi ed invadenti, di una inarrestabile e pervasiva messa in comunione totale degli eventi (storici, politici, sociali e privati) da documentare. Oggi, sembra che tali linguaggi siano addirittura chiamati ad una vera e propria “costruzione” di essi quali “eventi collettivi” ad opera dei mezzi di comunicazione di massa, dalla televisione a internet. Questi “mezzi” sembrano cioè condividere sempre più lo statuto di “sostanza” della comunicazione, intendendo con ciò il loro inestricabile intersecarsi con i fatti che non solo documentano ma che arrivano a produrre. Chi potrebbe distinguere, nelle immagini che quotidianamente ci entrano in casa, ad esempio dai conflitti recenti in medio oriente, i messaggi da veicolare - un sequestro terroristico, gli obiettivi militari nemici colpiti durante un attacco aereo, ecc... – dalla forma dei mezzi di comunicazione? Non è forse a causa di un pubblico sempre più numeroso e che deve fruire dello spettacolo, e reagire ad esso, che quotidianamente vengono imbanditi sui nostri schermi gli eventi mass-mediatici da “gustare”?
Non intendiamo certo sostenere che al di là di quelle immagini non c’è una vera guerra e via dicendo, ma che il mondo che si disegna, non solo ai nostri occhi ma proprio nei fatti, non sta a monte della sua comunicazione ma anzi scorre con essa.

Non potendo prescindere da un tale contesto ricettivo, di fruizione, anche la tragedia della “Shoah” e le altre tragedie contemporanee hanno bisogno, prima di tutto, di fare i conti con lo statuto dell’audiovisivo se una efficace testimonianza di esse deve essere possibile. I film scelti per questa rassegna, pur essendo molto diversi fra loro e provenendo da esperienze a volte incomparabili, condividono la cifra comune di una riflessione sulla “possibilità stessa della testimonianza”. Se si eccettua Notte e Nebbia di Alain Resnais, ormai classico e comunque precorritore o almeno pietra miliare, tutti gli altri sono stati realizzati dalla fine degli anni ’80 in poi, a testimonianza dell’urgenza e attualità della riflessione in essi contenuta.
In tutti i film è forse svanita la fiducia in una memoria capace di garantire lo spettatore rispetto ad ogni eventuale ricaduta negli orrori di cui si fanno testimoni, e anzi la possibilità stessa della testimonianza fa corpo con la tragedia della Shoah, cioè con la cosa da testimoniare; il mezzo, anche qui, si fa sostanza. Tutti i lavori che mostreremo nella rassegna prediligono, a diverso titolo, l’approccio documentaristico, intendendo con ciò un universo quanto mai variegato e dai confini molto instabili: non saranno rare, infatti, le incursioni dei loro autori nel terreno della manipolazione e reinterpretazione delle immagini documentarie, anche se sempre al fine di una problematizzazione tutt’altro che quietativa o, peggio, sentimentalistica della materia trattata. Alla base c'è sempre un approccio etico al mezzo filmico, in cui ritrovare una critica alla natura stessa delle immagini come testimonianza storica, e in particolare all’uso che se ne fa. Questi lavori, insomma, sembrano caratterizzati da una forte attenzione allo sfondo e contesto in cui lo spettatore vive, nella convinzione che non tutto sta nell’immagine e anzi molto negli occhi e nel mondo di guarda.

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